DIROTTARE LE MEMORIE – Viaggio di distruzione al memoriale della Shoah

Sono tornato al memoriale sulla Shoah di Milano dopo quattro anni portando gli studenti del mio Liceo.
La prima volta che andai nel 2019 fu per fare alcune ricerche su Salmi Modiano e Nedo Fiano con un’ altra classe.

Fa un certo effetto tornare oggi, in pieno conflitto tra Israele e i territori palestinesi, con tutto il carico di dolore, sofferenza e nuove catastrofi.

Fa riflettere il murales di Alexsandro Palombo che rappresenta la famiglia dei Simpson in pigiama a righe oppure quello di Homer palestinese che tiene il suo Bart con pietà michelangesca in braccio.

Perchè la storia si ripete sempre tre volte, la prima come tragedia la seconda come farsa, la terza come meme.

Finito il percorso interno tra vagoni merce, montacarichi e testimonianze, ci siamo seduti nella stanza della riflessione. Lì ho chiesto se c’erano domande.

In genere a questo punto del percorso cala il silenzio, finché un insegnante pietoso non rompe il ghiaccio.

Invece no.
Una ragazza di 16-17 anni alza la mano e prende la parola:

Prof. ma se gli ebrei hanno attraversato questa sofferenza immensa, questa catastrofe perché allora oggi fanno lo stesso con Gaza?
La Shoah e la Nakba non sono la stessa cosa?
Non è allora che gli ebrei da vittime, sono diventati a loro volta carnefici nazisti?

Ci ho messo qualche secondo a rispondere.
Possono sembrare domande banali ma non lo sono.

Avrei voluto rispondere che la questione Israelo-Palestinese ha una storia molto lunga , che è necessario conoscere la complessità di questo conflitto: le condizioni politiche, sociali, geografiche economiche e culturali del Medio Oriente. Dalla Nakba nel 1948, alla crisi di Suez nel 1956, dalla guerra dei sei giorni nel 1967, alla guerra dello Yom Kippur nel 1973, dagli accordi di Camp David nel 1978, alla prima Intifada nel 1987, fino agli accordi di Oslo nel 1993.

E ancora: dall’assassinio del primo ministro israeliano Rabin nel 1995, alla a seconda Intifada, dalla vittoria di Hamas alla guerra civile nella Striscia di Gaza nel 2006, dall’embargo di Egitto e Israele sulla Striscia di Gaza nel 2007 ad un’altra guerra tra Israele e Gaza nel 2008. Dall’operazione Piombo Fuso nel 2011 e Vittorio Arrigoni, dall’ultima invasione di terra della Striscia di Gaza nel 2014, fino alle proteste nella Striscia di Gaza la più grande prigione a cielo aperto. Dagli scontri a Gerusalemme ad un’altra guerra a Gaza nel 2021 e poi su su fino a tutti i morti ammazzati in territori palestinesi occupati fino al 7 Ottobre 2023.

Ma non potevo.
Non potevo zippare tutto in qualche minuto.
C’era poco tempo.

Un altro gruppo classe avrebbe preso il nostro posto.
In quel momento ho preso consapevolezza che il memoriale si era trasformato in una catena di montaggio. Quella macchina infernale che governa ogni logica culturale e non fa pensare.

Ma volevo soprattutto avvertire quella ragazza.

Volevo sollecitarla ad approfondire, studiare, conoscere per mettere a confronto più storie, più memorie.

Fare quel lavoro faticoso di sussunzione che si richiede ad ogni storico.

Uso i verbi al condizionale perché prima che avessi il tempo di aprire bocca, un’insegnante, o forse la preside, si è alzata in piedi ed è esplosa in questo flusso di coscienza:

Ma che domanda è? Hamas doveva pensarci prima di attaccare Israele il 7 Ottobre. I palestinesi e i gazawi sono dei terroristi e con il terrorismo non si discute.
Come è possibile paragonare la Shoah ai fatti del 7 Ottobre?
E la violenza che avete studiato nel programma di storia? E le leggi sugli ebrei e la seconda guerra mondiale?
Ma la vogliamo smettere con queste provocazioni?

La ragazza, aspirante, intelligente, prossima ricercatrice storica, non ha replicato.

Tutto questo conferma che oggi la memoria è un ricatto permanente.

Chi si ponesse con sguardo critico nei suoi confronti, automaticamente sarebbe in odore di sospetto.
La narrazione dominante recita più o meno così: la memoria è sacra, perché se non lo si ricorda, il passato, è destinato a ripetersi. E siccome il passato è sempre orrore, sangue e abisso, noi che siamo gente civile teniamo lontano il mostro del passato col culto della memoria.
Primo Levi, riferendosi ai meccanismi della memoria, nella prefazione dei Sommersi allerta i lettori sul fatto che il libro che si trovano tra le mani è impastato di una sostanza ambigua e complessa, da prendere sul serio, ma al tempo stesso da guardare con sospetto.

Perché la memoria è fallace, istituisce con il passato un rapporto proprietario.
La memoria si appropria del passato.
La memoria non è mai neutra; è sempre la mia memoria, la nostra memoria, la memoria delle vittime, la memoria di qualcuno nel cui nome si parla.
E serve per lo più a legittimare l’azione nel presente di qualcuno che diventa portavoce, detentore, mediatore dei possessori di memoria.
Osservazioni banali, se non fosse per questo culto di massa che ci ha accecati. E che ci costringe a normalizzare ogni conflitto.

Tutti i nazionalismi sterminatori dell’ultimo secolo hanno avuto la memoria come propria bandiera.
Vogliamo parlare del passato barbarico e glorioso della Germania? O di quello sconfitto e nobile dei serbi? Del passato universale del califfato musulmano? O di quello imperiale e panslavista russo? Nel nome di queste “memorie”, nell’ultimo secolo si è sparso sangue a fiumi.

Mi spiego meglio: se per esempio, la pretesa d’impunità di Israele è dovuta in buona parte allo status di vittime perpetue degli ebrei, molti di quelli che criticano Israele cercano di spiegare l’attacco di Hamas, come un atto di terrorismo prevedibile in risposta all’oppressione dei palestinesi, mentre agli occhi dei sostenitori di Israele, gli abitanti di Gaza non possono essere vittime perché Hamas ha attaccato Israele per primo.

Ma, cara Professoressa, questa lotta per rivendicare lo status di vittime può andare avanti all’infinito. No?

Da diciassette anni la Striscia di Gaza è un luogo sovrappopolato, impoverito, fortificato, da cui solo una piccola parte della popolazione ha il diritto di andarsene anche solo per un breve periodo di tempo.
In altre parole, è un ghetto. Non come il ghetto ebraico di Venezia o di alcune città degli Stati Uniti, ma come il ghetto ebraico in un paese dell’Europa orientale occupato dalla Germania nazista.
Nei primi due mesi dall’attacco di Hamas a Israele, tutti gli abitanti di Gaza hanno subìto l’assalto quasi ininterrotto delle forze israeliane.

Migliaia di persone sono morte. In media, nella Striscia di Gaza è stato ucciso un bambino ogni dieci minuti. Le bombe israeliane hanno colpito ospedali, reparti di maternità e ambulanze. Otto abitanti su dieci sono ormai senza casa, si spostano da un luogo all’altro senza riuscire a mettersi in salvo.

Dunque perché ci portiamo ancora questa tara storica? Perché non si impara nulla dalla memoria?
La stessa Hannah Arendt contestava anche l’affermazione, fatta dall’accusa, che gli ebrei erano vittime: per dirla con le sue parole, era “un principio storico che si estende dal faraone ad Aman, vittima di un principio metafisico”.

Secondo la filosofa lo stesso Olocausto nel processo Eichmann come fu raccontato al pubblico ministero, come un evento predeterminato, parte della storia ebraica, e solo di quella.
Gli ebrei hanno sempre il timore giustificato dell’annientamento. In effetti, possono sopravvivere solo se agiscono come se l’annientamento fosse imminente.

Alcuni dei grandi pensatori ebrei sopravvissuti all’Olocausto hanno trascorso il resto della loro vita cercando di dire al mondo che quell’orrore, pur essendo stato letale come nessun altro, non doveva essere visto come un’aberrazione. Il fatto che l’Olocausto fosse successo significa che era e rimane possibile. Il sociologo e filosofo Zygmunt Bauman sosteneva che la natura imponente, sistematica ed efficiente dell’Olocausto era legata alla modernità, anche se non era affatto predeterminata, ed era in linea con altre invenzioni del novecento. Theodor Adorno studiò quello che rende le persone inclini a seguire i leader autoritari e cercò un principio morale che impedisse un’altra Auschwitz così lo stesso Milgram con i suoi esperimenti sull’obbedienza all’autorità.

Il pensiero si sta spegnendo.
Sta diventando sempre più difficile accettare l’idea che qualcuno può essere stato il nemico del tuo nemico e tuttavia non una figura benevola. Una vittima ma anche un carnefice. O viceversa.

Forse rimane il depensamento.
Forse rimane la scuola.
L’ ultimo baluardo per dare riconoscimento alla parola e alle domande intelligenti dei nostri studenti. “Tutto ciò che non so l’ho imparato a scuola” diceva Flaiano in una famosa battuta.

Forse è questa la più grande responsabilità che abbiamo noi in-segnanti. Noi che non siamo stati segnati da quell’orrore, ma di cui comunque ne sentiamo l’inquietudine.
Come dare nuove penne, nuovo spazio, nuovo materiale per le generazioni che verranno?

Cosa succederà quando i testimoni di ieri saranno quelli di oggi?
Serviranno nuovi memoriali?
Come esplorare il mondo con occhi curiosi, per leggere le sue contraddizioni e le zone d’ombra?
Come dunque riconoscere le ingiustizie e mettere alla prova ogni nostra scelta?

L’A.I. DI ULISSE: NON POSSIAMO DIRIGERE IL VENTO, MA POSSIAMO ORIENTARE LE VELE

La cultura è l’unico bene dell’umanità che, diviso fra tutti, anziché diminuire diventa più grande”.

Aveva ragione Mister Hans Georg Gadamer. Dopo questi sei giorni torno dalla scuola di Lipari più grande.

Ho avuto l’onore e il privilegio di conoscere scienziati, umanisti e tecnologi che rappresentano il meglio della cultura dell’intelligenza artificiale e dei sistemi complessi: biologi, fisici, ingegneri, medici, informatici, matematici, filosofi, giuristi provenienti dai quattro angoli del mondo: King’s College di Londra, MIT di Boston, dall’Università Normale di Pisa, di Copenaghen, di York e Zurigo.

Tutti raccolti nell’interdisciplinarietà dei loro interventi e dei loro studi di settore.

La Summer School si svolge da anni in quest’isola grazie all’organizzazione e all’impegno del dipartimento di matematica e informatica di Catania e con il sostegno dell’istituto So Big Data – Research Infrastructure.

Giorni a conversare di neutrini e di balene, di LLM e randomness, di troll che mangiano i cookies, da Gödel a Rosenblatt passando per Davis, Kolmogorov, Heisenberg, Hilbert e Wittgenstein. Di come le macchine prendono da tempo decisioni che impattano sulle nostre vite, di come determinano se un tumore è maligno, di come l’AI stia influenzando gli sviluppi e le scoperte nella chimica, nella biologia e nella fisica. 

Per me è stata come un’Odissea. E non è un caso che questa scuola estiva si sia svolta proprio nelle Eolie.

Lipari è l’isola dove è ambientato il famoso episodio dell’Odissea (libro X) di Omero:

“Giungemmo nell’Eolia, ove il diletto

Agl’immortali Dei d’Ippota figlio,

Eolo, abitava in isola natante,

Cui tutta un muro d’infrangibil rame,

E una liscia circonda eccelsa rupe”.

Sappiamo che Ulisse approda sull’isola di Eolia, dove incontra Eolo, re dei venti, figlio di Ippota. 

Ulisse viene accolto con grande ospitalità. Eolo lo trattiene per un mese intero, desideroso di ascoltare il racconto delle sue avventure.  

Quando giunge il momento di ripartire, Eolo per aiutarlo a tornare in patria, gli dona un otre nel quale rinchiude tutti i venti contrari, lasciando libero solo il vento di Zefiro (il vento tranquillo di Ponente), che li avrebbe sospinti verso Itaca. 

Ulisse custodisce l’otre gelosamente e lo lega con una corda d’argento senza dire nulla ai compagni. 

Navigano per nove giorni e nove notti, con Itaca ormai in vista. Ma, stremato dalla veglia, Ulisse si addormenta. I suoi compagni, credendo che l’otre contenga oro e ricchezze donate da Eolo, lo aprono un pò per curiosità, un pò per malizia e invidia. Subito i venti ne escono furiosi, scatenando una tempesta che li ricaccia indietro, lontano da Itaca.

Sconvolto, Ulisse torna da Eolo a chiedere nuovamente aiuto. Ma questa volta, il dio dei venti lo scaccia dicendo:

Via da questa isola lice mortal, che degli Eterni è in ira.

Via, poichè l’odio lor qua ti condusse”.

Va’ via Ulisse! Sei certamente odiato dagli dèi beati! Non voglio aiutare chi è tanto odiato dal cielo!

Per Ulisse e sui compagni non c’è possibilità di riparare il danno. L’impazienza e la mancanza di fiducia li portano alla rovina, anche quando la meta è vicinissima. L’occasione sfuma per un piccolo errore, e il viaggio riprende da capo.

Che cosa ci insegna questa storia? 

Chi ha la colpa per l’apertura dell’otre dei venti? 

I compagni o Ulisse stesso?

Eolo è il dio dei venti, signore degli elementi instabili e invisibili, ovvero la natura. Donare a Ulisse un otre che contiene tutti i venti fuorché quello favorevole (Zefiro) significa offrire il controllo del caos, un dono straordinario. Eolo dà a Ulisse l’ordine nel disordine, la possibilità di navigare senza ostacoli – a patto che egli sia prudente, vigile e responsabile.

L’episodio dell’otre dei venti nell’ Odissea può essere straordinariamente attuale se lo mettiamo in parallelo con l’avvento dell’intelligenza artificiale (IA). Entrambi i casi ruotano attorno a un dono potente che può essere strumento di progresso o causa di rovina, a seconda dell’uso e della consapevolezza di chi lo gestisce.
L’IA offre all’umanità strumenti per dominare il disordine dell’informazione, gestire dati, automatizzare decisioni, creare ordine nel caos della complessità moderna.

Oggi, l’IA è spesso poco compresa da chi la usa o la subisce: i cittadini, gli utenti, perfino i politici spesso non conoscono cosa ci sia davvero “dentro” l’algoritmo o nelle reti neurali. Se la società non viene formata, coinvolta e responsabilizzata, il rischio è che l’ignoranza generi paura e un uso errato, proprio come accadde con i compagni di Ulisse.

Non solo.

Ulisse non rivela ai compagni il contenuto dell’otre: sa che contiene i venti e che è un dono divino. Ma il suo silenzio genera sospetto, crea un clima di sfiducia e fraintendimenti, che sfocia nell’atto impulsivo dei compagni. Questa mancata trasparenza di Ulisse li porterà a compiere l’atto fatale.

Ulisse assume così una responsabilità indiretta: custodisce il segreto troppo gelosamente, non ne comunica l’importanza e la pericolosità. Ulisse si addormenta proprio nel momento più critico, cede alla stanchezza, perde il controllo e il caos si libera. 

Allo stesso modo, oggi molti sviluppatori di IA (aziende, enti statali, ecc.) non spiegano come funzionano gli algoritmi, né quali rischi comportano. Non c’è open access e il segreto genera sospetto. La mancanza di trasparenza alimenta il dubbio e quindi la diffidenza.

Chi gestisce oggi l’IA spesso non vigila eticamente, o agisce in modo chiuso e tecnocratico. 

Oggi, c’è il pericolo che chi governa l’IA (aziende, stati, enti pubblici) abbiano un momento di disattenzione, o peggio, agiscano per interesse senza trasparenza, lasciando che gli effetti collaterali (disinformazione, sorveglianza di massa, disoccupazione, ecc.)  sfuggano di mano. Come sta già succedendo.


Eolo non dà un vantaggio gratuito: mette alla prova Ulisse. Quando Ulisse torna da Eolo, il dio lo scaccia dicendo che è odiato dagli dèi. Questo mostra un altro aspetto del mondo omerico: anche il più astuto degli uomini è nulla se gli dèi non lo favoriscono.
Gli dèi decidono chi è degno di aiuto. Non basta la virtù o l’ingegno.

L’IA, allo stesso modo, è una prova per l’umanità: ci chiede di misurare la nostra maturità etica, la nostra capacità di regolare, condividere e comprendere ciò che stiamo creando. Il mito ci avverte: un dono straordinario senza responsabilità e vigilanza può ritorcersi contro chi lo riceve.

Come l’otre dei venti, l’intelligenza artificiale è un dono che può abbreviare il viaggio dell’umanità verso il progresso — ma solo se usata con vigilanza, trasparenza e senso di responsabilità. Altrimenti, la curiosità cieca, l’avidità o l’ignoranza potrebbero farci perdere Itaca proprio quando era ormai vicina.

Ulisse avrebbe potuto dire ai suoi compagni: “Questo è un dono degli dèi, non va toccato”. Invece tace. Ulisse non voleva l’open source, ma il copyright.

Allo stesso modo, l’IA non dovrebbe essere uno “strumento segreto” nelle mani di pochi, ma parte di un dialogo aperto con la società: trasparenza sugli algoritmi, educazione digitale, etica condivisa.

Quando la conoscenza è riservata a pochi e non condivisa con il gruppo (che sia un equipaggio o l’intera società), nasce la sfiducia, si moltiplicano i sospetti, e il rischio di una “tempesta” diventa inevitabile.

La lezione omerica ci invita a non dormire, a non tacere, ma a costruire un uso condiviso e responsabile di ogni grande potere.

Il risultato è sempre lo stesso: un dono potenzialmente utile sfugge di mano e diventa distruttivo. 

Il mito di Omero ci insegna che anche con l’AI è necessario far coesistere i saperi senza escludere. Sarà necessario sviluppare “intelligenze divergenti” tra scienza e società, costruire modelli innovativi per ripensare “la cura dell’ otre” come pratica sociale. Dare più spazio all’ Open Source, alla condivisione radicale delle informazioni, accessibili e modificabili da tutti; alla partecipazione collettiva come utilizzo dei saperi. Lavorare in gruppo per cercare soluzioni in un ottica sociale, inclusiva e relazionale. Sviluppare iper-connettività, studiare la politica delle interfacce, la biopolitica dei dati, di come muta il potere nell’era degli algoritmi, di cosa sono e come usare i modelli collaborativi peer-to-peer.

Tutto questo è il minimo per prendersi “Cura” di quel “Mondo” che già Salvatore Iaconesi aveva previsto. Avere strumenti per navigare i conflitti e le opportunità che i dati e le AI ci offrono ogni giorno.

Perché non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare. Perché non possiamo dirigere il vento, ma possiamo orientarne le vele.

LA CURA DEL MONDO. RI-GENERAZIONI TRA GIOVANI E ADULTI

Un serata di scambio, di conversazione e riflessioni profonde il 24 ottobre a Nova con “Ri-generazioni. Quale rapporto tra giovani e adulti?”
Il titolo farebbe supporre che oggi più di ieri si sia realizzata una interruzione tra le generazioni, che il salto generazionale sia sempre più lacerato, come se si fosse in presenza di uno iato incolmabile o, al rovescio, del venire meno delle differenze. 

Si constata il dilagare di un senso di smarrimento, di angoscia e di precarietà che toccano il sentimento della vita stessa, minacciata da cambiamenti che, mai come oggi, mettono a repentaglio la sussistenza stessa del pianeta e la sua possibilità di generare e rigenerare vita. 

Le nuove generazioni additano i loro predecessori di avergli rubato il futuro, depauperando le risorse del pianeta in maniera scellerata, a partire da logiche capitalistiche accecate dalla logica del profitto ad ogni costo. 

A livello locale e quotidiano, questa logica produce gli effetti che vediamo ogni giorno. Dal progressivo impoverimento del welfare sociale e sanitario fino al declino della scuola pubblica, sovraccaricata di esigenze sempre più burocratiche e incapace di intercettare i veri bisogni di giovani come anche degli adulti. Il ruolo dei servizi, dal sistema sanitario ai servizi sociali e scolastici, è cruciale per intercettare tempestivamente queste manifestazioni e fornire supporto. Purtroppo, il bisogno di assistenza cresce rapidamente, ma spesso non viene intercettato in tempo. È infatti frequente che le richieste di aiuto emergano solo nei momenti di crisi, quando la sofferenza è ormai acuta e più difficile da trattare. La scuola, come ambiente di osservazione quotidiana, è un canale importante per individuare i segnali di disagio, ma non sempre riesce a farsi carico di questo compito in modo sistematico, anche a causa delle risorse limitate.

“Sono più di 2000 le prese in carico dal Servizio di Npi della città di Novara di ragazzi tra 0 e 18 anni. Le risposte degli operatori del servizio di neuro psichiatria sono per lo più risposte istituzionali: sempre più diagnosi e relazioni che ci vengono richieste dai  tribunali e dalle scuole e che impediscono di intercettare il reale disagio adolescenziale”. Commenta la  dottoressa Francesca Galli, psicologa e psicoterapeuta.

“Quali sono i veri pazienti? Perché il nostro servizio non tratta più la salute mentale. Servono nuovi schemi di lavoro, pensieri divergenti, perché la narrazione collettiva tende sempre più alla sfiducia verso le istituzioni”. Conclude Gina Luciano della neuropsichiatra infantile.

“Anche il servizio sociale è in sovraccarico da tempo, il tema però è la logica con cui osserviamo i fenomeni di disagio nelle famiglie e nei minori. Nel 2023 le nuove prese in carico da parte dei servizi sociali sono state 500, 213 sono dell’area minorile, 69 minori non accompagnati, 112 di queste segnalazioni su richieste dell’autorità giudiziaria.  

Nella catena di passaggi, dove stiamo noi adulti?” si chiede Gianluca Pinnisi assistente sociale e coordinatore del servizio sociale del comune di Novara. 

È importante che i servizi dedicati al benessere giovanile (sanitari, sociali, educativi) collaborino in sinergia e costruiscano una rete di supporto coesa e accessibile. Attivare interventi mirati nelle scuole e durante la transizione verso i servizi per adulti, come l’ASL, può essere fondamentale per garantire ai ragazzi un accompagnamento continuo e supporto costante.

“ Serve costruire un terreno che sia di qualità per far crescere la vite e renderla immune da parassiti e filossera. Ma per rigenerare un terreno, per curare le barbatelle, servono rose da mettere vicino alla radici. Le rose sono piante capaci di segnalarci l’arrivo della filossera. “Prevenire dunque. Rigenerare la rete tra sanitario e sociale significa questo. Non agire quando la malattia è endemica. In un territorio complesso come quello di Novara. Servono più rose che annuncino e bisogna saper selezionare barbatelle in grado di resistere.” conclude Pinnisi. 

Spazio Nòva può essere una di queste rose. Un luogo di connessioni, di rigenerazioni e contaminazioni. Uno luogo capace di permettere socializzazione e orientamento, di far sentire protagonisti i giovani che qui entrano, offrendo loro l’opportunità di sperimentarsi. 

A testimonianza di quanto presentato ecco alcuni dati: da gennaio a luglio 2024 i ragazzi iscritti ai compiti sono stati 123 e 256 quelli iscritti ai 22 laboratori proposti. Questa estate gli iscritti sono stati 312 per un totale di 51 laboratori e workshop .  Il 50% del target è in carico ai servizi sociali del Comune di Novara e il 20% è in incarico ai servizi di Psicologia dell’Asl. Gli operatori coinvolti nel progetto sono complessivamente 81. Si sono, inoltre, registrati 6000 accessi allo spazio.

Da settembre, gli iscritti alle attività di supporto compiti e laboratoriali sono rispettivamente 144 e 254, di cui il 40% minorenni, il 41% tra i 30 e i 18 anni e il 19% maggiori di 30.  Attività di rilievo interne al progetto sono la Falegnameria e la Sartoria sociale che offrono percorsi mirati al contrasto al drop out scolastico e allo sviluppo di competenze spendibili nel mondo del lavoro per soggetti neet.

“Ecco a cosa servono i nostri laboratori di fotografia, musica rap, grafica o fumetto. A permettere socializzazione e quindi orientamento per il futuro. Investiamo molto nei lavori manuali. Crediamo sia necessario ritornare agli elementi materiali e alla situazione reale perché intrinseca e spontanea all’azione nei ragazzi. L’adulto deve sempre più sentirsi responsabile di quanto lascia alle nuove generazioni e di come trasmette loro la responsabilità del futuro. Per questo motivo, insieme con le varie realtà del territorio, stiamo scrivendo il patto della comunità educante”, risponde Rossella Grandi, referente psico-educativo per lo spazio Nòva. 

“La prima generazione a cui è stata attribuita un’etichetta è la cosiddetta Lost Generation o Generazione perduta”, dice Rosanna Tremante, psicologa e psicoanalista socia e docente di IPOL (Istituto Psicoanalitico di Orientamento Lacaniano) e socia dell’Associazione di psicoanalisi applicata Aletosfera di Torino che si occupa di disagio minorile e sociale. “Si parla di futuro rubato ai giovani (debito pubblico, erosione delle risorse, inquinamento, guerre, per citare solo alcune questioni) e parallelamente sempre più tra loro enunciano di non voler avere figli. La generazione del futuro si potrà allora chiamare Generazione sperduta, nel senso di un’assenza di ri-generazione. Cosa si trasmette e soprattutto cosa non si trasmette alle nuove generazioni? Occorre che ci poniamo questa domanda come comunità educante. Quand’è che il futuro ha cessato di essere futuro, tanto da doverne prendere le distanze nel presente? Provo a fare l’ipotesi che sia da quando il passato non è più passato, nel senso dell’importanza della storia. Da quando in un’avanzata progressista in continuo aggiornamento si è coltivata l’illusione di una auto-generazione che non necessita di coloro che ci hanno preceduti, né tantomeno della loro esperienza. Ma come insegna l’opera di Eduardo De Filippo Napoli Milionaria se non si ascolta il passato si ammala il futuro” conclude la psicoanalista.

“Spazio Nòva è un luogo che fa posto. Un luogo non è solo uno spazio, ma è fatto da storia e legami. Perché sono le relazioni ad orientarci, si può apprendere e si può trasmettere del sapere solo nel legame con l’altro, mai soli. Vale qui come a scuola, che è oggi l’ultimo baluardo in cui i giovani possono prendere parola. E poi questa parola disagio non dovrebbe spaventarci. La vita nella sua essenza è disagio. Bisogna fare del disagio una risorsa piuttosto che un disturbo da eliminare. Vogliamo lasciarci disturbare dal disagio piuttosto che nominarlo continuamente o al peggio medicalizzare?”si interroga Sergio Caretto, psicologo e psicoanalista presso IPOL.

“Una serata in cui abbiamo provato a farci delle domande piuttosto che dare risposte. Che possa essere l’inizio di un nuovo schema di lavoro” afferma Giuseppe Passalacqua docente del liceo scienze umane che ha moderato la serata. 

In questo tempo sarà sempre più decisivo riuscire a governare la paura e l’angoscia ed essere poi decisivi in azioni che siano virtuose. Servirà costruire nuovi nodi, rammendare la rete tra servizi sul territorio, costruire progetti che permettano maggiore emancipazione e responsabilità non per i giovani ma con i giovani. Luoghi che possano ri-generare fiducia e nuovi orizzonti. 

Ma per farlo bisognerà essere consapevoli anche delle proprie vulnerabilità, prendere atto della realtà e quindi della necessaria contaminazione con l’altro diverso da me. Sono questi i presupposti che insegnano. 

Essere capaci di cura è proprio questo: scoprirsi fragili con e aver paura per il mondo. Aver paura per piuttosto che aver paura di. E paura per il mondo significa cura del mondo. 

di Margherita Pancioli, Alessandra Crola e Giuseppe Passalacqua

LA TERRA DEL RIMORSO. La Puglia non esiste

(foto di Ulderico Tramacere, retrospettiva “Loro“, 2024)

Sono a Cerfignano Festa di S.Antonio di Padova. Qui le messe si fanno ancora all’aperto e sono felice come Ulisse. Ascolto ipnotizzato la predica appassionata di Don Pasquale tra le luminarie di piazza Vittorio Emanuele e centinaia di persone.

“E il tempo che dedichiamo alle cose a renderle belle” dice Don Pasquale con tono disinvolto, sfoggiando citazioni di Cicerone sull’amicizia e il bene comune. Sullo sfondo una croce in legno con scritto “gratuità”, le luminarie disposte magnificamente secondo legge di Kirchoff con le loro forme geometriche a frattali, di rosoni, di trafori, di arricciamenti e baroque rossi, bianchi e blu che mi danno lo stesso effetto dei cilindretti rosa al Guendalina.

Raramente ho provato una sensazione di coinvolgimento più totale e vicina all’ hysteria lacrymosa. Cerfignano, come Diso, Spongano, Marittima o Andrano, qui nel sud della Puglia, sono gallerie di arte moderna e contemporanea. Il mio revisionismo estetico non è che un abbandono amoroso.

Guardo un cane pisciare ai piedi di un bambino che gioca con le bolle di sapone. Il bambino piange mentre il cane con grande nonchaloir segna il limite del territorio di cui si sente padrone. Poi continua lungo i confini e le caricellate delle luminarie. Povero cane: ignora che i veri padroni di quello spazio non sono loro, ma le persone che ascoltano la messa e vanno a mangiare “pezzetti” al bar Tonino.

In nome di patri filis et spiritus santi“.

Sono percezioni sinestetiche e morali legate in un unico ordine emotivo. Cedo alla bellezza dell’attimo senza farmi ingannare dall’orrore paesaggistico del kitsch e da chi ha potuto creare tutto questo.

Ricevo emozioni e ripago con eccitazioni, mangiando tonnellate di pittule, bevendo a nastro birre Peroni da Tonino. Sapere che questo magnifico artificio di religione, tecnica e natura è l’immagine speculare di una realtà tragica, non mi rassicura.

Don Pasquale parla di giovani che emigrano e di vita che si riduce. Nel giro di quindici anni la città di Cerfignano ha dimezzato la sua popolazione. E’ un grido impotente il suo ma che acquista una funzione retorica per chi lo ascolta. In realtà sono tutti qui per la banda di Conversano o a fare del gossip sulla nuova direttrice di orchestra. Ne hanno ragione. Occasioni come queste capitano una volta all’anno. Sono festività uniche dove si investe con anticipo tutto il risparmio del bilancio comunale. Ma di queste persone, nessuna risiede più a Cerfignano. Sono turisti romani e veneti per lo più, ferrovieri emigrati che tornano per le vacanze nella casa di lu nonno.

E’ un fatto etnico. Questa terra non ha più un popolo.

Ma non è stata una cosa graduale: due anni di televisione sono bastati. E in quei due anni che cosa è successo? Che la Puglia ha imitato la Calabria e la Sicilia: tutti a Torino, tutti a Milano, tutti a fare i servi.

Come diceva Carmelo Bene questo è il Sud del Sud d’Italia. Non è da confondere il Salento con la Puglia, che non m’interessa molto. Non c’è attinenza alcuna tra la Terra d’Otranto e la Puglia. I baresi per esempio hanno avuto il passaggio di Federico II di Svevia e poi hanno dovuto aspettare il Sette-Ottocento per avere Gioacchino Murat, che praticamente ha costruito Bari.

Qui invece ci sono altre lezioni millenarie. C’è stata la Magna Grecia e l’Islam. Basterebbe guardare il barocco leccese: tutto così arbitrario, così davvero anarchico, così folle. Sono tentativi di regolazione dell’anima tramite visione dei corpi.
Il Salento era fatto da artigiani: ma non c’è più una firma. In miniatura sarebbero gli stessi artigiani della
pasta di mandorle.

È tutto un fatto speciale qui, un fatto a sé. Ed è una cultura-bordello con un cattolicesimo tollerante che poggia su un vuoto, tra tarantismo e magia. Come questa messa che ascolto quasi a bocca aperta, come queste luminarie da LSD. Forse è una sventura nascere qui. Questo dice il prete alla fine. Ma la “provvida sventura” manzoniana ti può far nascere qui piuttosto che a Bari, poniamo, o a Molfetta oppure, e sarebbe tremendo, a Cerignola.

(foto di Ulderico Tramacere, retrospettiva Arneo 2013-2024)

Qui è nato Giuseppe da Copertino, un santo in una terra poverissima. Giuseppe da Copertino era stupido e ignorante ma una santità come la sua era necessaria e ineluttabile in un paese come la Puglia. Ed è una beffa del destino che la città di Cupertino a Santa Cruz sia oggi considerata la più istruita del mondo.

Eppure solo nel sud del sud desolato si sono dati santi. E Giuseppe da Copertino era un santo. Un santo che aveva il complesso della mongolfiera. Lui in questa terra povera, volava. Perché quando non si può più camminare non resta che volare.

Ho finito le pittule. Passeggio, respiro e digerisco lungo la statale tra Poggiardo e Spongano, dove ritrovo gli stessi ulivi di bambino. Di fronte alla corteccia argentata e all’estetismo dei tronchi cavi di Xylella, riconsidero gli amori, gli entusiasmi spenti. Quelli che agitavano il corpo e illuminavano i pensieri. E la vita anche, si consuma. La Puglia non esiste.
L’esistenza qui è un sollievo e un rimorso. E forse anche io adesso ascoltando questo prete ho il complesso della mongolfiera. Ma il problema della mongolfiera non è quello di farla volare. Il problema qui in Puglia è mollare le ancore e buttare la zavorra.


Forse è questa l’emigrazione di cui tutti non siamo stati capaci?

IO, DANILO DOLCI E LA SICCITA’ IN SICILIA

“Mi sta finendo l’acqua del pozzo” dice mio padre. Da 6 mesi utilizza i nove metri cubi di acqua caricati dall’autobotte.

L’uso dell’autobotte oggi costa caro. Il prezzo è arrivato a 60 euro, solo due anni fa ne valeva 15. Allo stesso modo le valvole di ritegno per il pescaggio dell’acqua dai pozzi: da 4 sono passate a 8 euro. E’ la legge del mercato. Ma l’assurdo è che in Sicilia l’acqua c’è.

“Qui 150.000 mila anni fa c’era l’acqua” mi mostra con scoramento il blocco di tufo e il fossile incastonato di una peptinide. L’acqua in contrada Fontanelle c’è sempre stata. “Qui sopra una volta era tutto mare”.

“Ca più autu arrivi chiù acqua trovi” mi dice un contadino che incontro a Paolini. “Da Bufalata a Matarocco niaci semo chini r’acqua. Il problema sempre chiddu è: a distribbbuzione”.

“Ma io dico è possibile che ogni giorno debba vedere litri d’acqua scendere dalla galleria appena costruita? Un pittusu quando ci costa a’ttappallo?” gli controreplica mastro Pietro.

Secondo i dati ISTAT in Sicilia ogni anno viene perso il 51,6% d’acqua. Nella Sicilia orientale si è toccato il 60%. Nell’anno 2024 sono 414 i mm cumulati solo +1 mm rispetto alla grande siccità del 2022.

Ci sono 267 milioni di metri cubi trattenuti dagli invasi regionali ma solo 122 milioni quelli utilizzabili, cioè il 38, 21% del volume disponibile autorizzato. Su 29 bacini totali: 6 non hanno più acqua utilizzabile, 6 meno di 1 milioni di metri cubi, 4 meno di 2 milioni di metri cubi. Nel comprensorio di Gela è già iniziato lo stop alle irrigazioni e l’acqua viene razionata nelle province di Palermo, Caltanissetta, Ragusa e Messina. E poi le dighe, che oggi sono contese da tutti tra uso irriguo e potabile.

L’acqua c’è. Ma il 51% di acqua che non c’è in Sicilia, si perde per “un pittuso”.

Questa frase mi rimbomba in testa.

Guardo l’orto al crepuscolo che è un cimitero di foglie accartocciate e di peperoni precocemente caduti. E quando cammino in questa terra matta rosso ferro, mi sento un pò come un fanciullo sulla spiaggia che si diverte nel trovare qua e là una pietra più liscia delle altre o una conchiglia più graziosa, mentre il grande oceano delle verità giace del tutto inesplorata davanti a me.
Ma se l’inconscio spera nel cielo, la sua parte razionale snocciola dati e circostanze.

La Regione dice che per gli interventi di emergenza ci sono 20 milioni assegnati dallo Stato per la dichiarazione di emergenza a cui vanno aggiunti altri 38 milioni del bilancio regionale. A valere sul Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC) ci sono altri 90 milioni per il revamping di tre dissalatori. Per gli interventi di messa in sicurezza delle dighe sono previsti 300 milioni per le reti idropotabili. E poi i Fondi Europei per lo Sviluppo Regionale (FESR) a cui sono destinati oltre 70 milioni per interventi di rinnovo delle infrastrutture idriche per il recupero delle perdite e la realizzazione di dissalatori nelle piccole isole. Sono poi previsti oltre 60 milioni da destinare al recupero dei volumi di invaso nei serbatori artificiali della regione e l’interconnessione tra i bacini idrografici, al riuso dei reflui depurati.

(fotografia scattata dal satellite Copernicus nel 2024. Il colore marrone non è grano, ma sabbia)

Guardo il nostro orto disseccare come fosse la scena apocalittica del film Interstellar. Sempre più polvere. E nella polvere ciascuno si arrangia come può mentre la memoria dei contadini va ad un altra siccità rimasta nell’epica quella del 1990.

Li ascolto e ripenso a Danilo Dolci, il sociologo poeta attivista della non-violenza, ricordato di recente nel centenario della nascita (28 giugno 1924): la sua battaglia a Partinico contro la fame, il potere mafioso, l’analfabetismo, la disoccupazione. E la siccità. 

«È sempre un’azione educativa, quella che crea forze nuove e porta al cambiamento», diceva Dolci. L’esempio più significativo è quello della diga sul fiume Jato. Raccontava Dolci che un giorno un certo zu Natale Russo, un bracciante, gli disse: «Qui durante i sei mesi dell’estate non piove mai e la terra arida produce poco o niente; ma d’inverno piove molto e tutta l’acqua va sprecata nel mare. Si dovrebbe fare un “bacile”». Quel contadino probabilmente non aveva mai visto una diga, ma aveva in mente una vasca che raccogliesse l’acqua dell’inverno per utilizzarla nelle campagne d’estate. Il giorno dopo Dolci venne a sapere da un professore di agraria che in Sicilia piovevano cinque miliardi di metri cubi d’acqua all’anno, «esattamente il doppio dell’acqua necessaria a tutta l’isola». Non so quanto fossero attendibili quei numeri che risalgono agli anni 50, non so se siano confrontabili con quelli attuali. 

Fatto sta che Dolci raccolse attorno a sé uomini e donne che «volevano l’acqua», con loro immaginò una soluzione per ovviare al monopolio idrico con cui la mafia si imponeva sui contadini a caro prezzo. Tradurre l’utopia in progetto era la strategia di Dolci, coinvolgendo la popolazione, sollecitandola a «svegliarsi» e a riconoscere i propri bisogni, animando dei laboratori collettivi di confronto: «Non mi domando se è facile o difficile, ma se è necessario o no».

Anni di lotte, di scioperi, di digiuni e di mobilitazioni popolari, di battaglie per richiamare l’attenzione delle istituzioni locali e della politica nazionale, per ottenere i contributi della Cassa del Mezzogiorno portarono nel 1963 alla costruzione di un lago artificiale grazie al quale il prezzo dell’acqua venne abbattuto, la zona occidentale della Sicilia ebbe uno sviluppo economico e civile, nacquero numerose aziende e cooperative. Ora, la siccità è la stessa dei primi anni 50 e Danilo Dolci è morto con le sue utopie nel 1997.

Il problema in Sicilia non è la mancanza d’acqua, ma la mancanza di utopia.

Oggi in Sicilia manca l’utopia perché la gente preferisce fare i festival sotto gli acquedotti vuoti piuttosto che occuparli, di fottere l’acqua al vicino di casa, piuttosto che condividerla come facevano gli arabi con le gebbie.

Perché qui in Sicilia si convive con tutto e il suo contrario. La retorica del terzomondismo e la ricchezza dell’autonomia speciale, l’overturism di San Vito Lo Capo e la povertà di Bonagia. Siamo maschere beffarde, sarcastiche e salaci che si adattano ai tempi che cambiano facendo permanere come per un incantesimo voluto dagli dei dell’indolenza, le sue visioni miopi.

Adattamento, ignavia, invidia, sfacciataggine, apparenza, sono gli ingredienti principali del nostro pane quotidiano e, a ben guardare, il siciliano, da personaggio dai contorni mitologici, metà uomo e metà fondamenta di cemento, si è trasformato in qualcosa di nuovo e insieme di eterno: un ossimoro.

Guardo questi contadini. Sono tutte maschere funeree. Risi sardonici contro la morte. Di conversazioni spremute. Una nastro di Moebius dove passato, presente e futuro s’intrecciano in un’ unica dimensione. Penso e ripenso a Danilo Dolci, al borgo di Dio, al Porto di Dio, al P**** Dio e bestemmio, bestemmio. Ma oggi l’ufficio comunale è chiuso per ferie. Meglio guardare “il tramonto sulle isole Egadi dall’alto”.

Bagno le piante di pomodoro, di cavolo, di melanzane e peperoni e torno a casa dando voce ai sospetti e ai bei tempi andati. Come scoria di un’isola decadente. Che non è più. Che non sarà mai.

MARRACASH COME UGO FOSCOLO. Piccola storia della letteratura rap

Cosa passa nelle cuffiette degli adolescenti nelle nostre città, che dondolano la testa e il corpo molleggiando a ritmo rallentato come sotto l’effetto di un ipnotico-sedativo come la benzodiazepina? Una prima risposta è che il rap, come la trap o la drill, siano una musica cupa, densa e narcotizzante, piena di slang e gerghi, dove si parla di droga, soldi, donne, aggressività verso altri gruppi o  violenza nei quartieri.  

Ma è solo questo?

Ieri si è concluso il festival Marrageddon a Napoli (55.000 persone), dopo il primo successo a Milano (86.000). Un fenomeno unico nel suo genere se guardiamo ai festival rap in Italia. Una grande festa per il rap e i 50 anni dalla nascita dell’hip hop con ospiti di eccezione: Salmo, Fabri Fibra, Noyz Narcos, Lazza, Paky, Nayt, Madame, Anna Pepe. 

Per fortuna esiste internet, lo streaming, twitch e Angelo 286. Me lo sono visto tipo tossico in unica dose dal pomeriggio fino al momento “Santeria” dove Marracash (in arte Fabio Bartolo Rizzo) e Guè Pequeno (in arte Cosimo Fini) hanno cantato insieme.

Ora: siccome la curiosità dei professori non è molto diversa da quella degli studenti, quel pomeriggio stesso mi sono immerso nella ramificata produzione di Marracash e Guè Pequeno e ho fatto delle scoperte interessanti.  Una specie di operazione Plutarco, dove ho messo le vite di Marracash e Guè Pequeno in parallelo. 

Le loro canzoni non solo costituiscono la più ampia raccolta di fatti che ci sia giunta dalla cultura italiana contemporanea, ma assumono anche un particolare valore per la nobiltà della storia del rap, della sua etica e per l’esigenza di assoluta verità a cui aspira. 

Marra e Guè sono due grandi romantici: come Ugo Foscolo e Vittorio Alfieri.

Alfieri-Guè è figlio di ricchi, Marra-Ugo è figlio di poveri. 

Guè è il bambino “perpetuto” che odiava essere castigato. Marra un “abate” di monastero. 

Siamo nell’Italia di fine 700. Basta cazzate, basta con le commedie di Goldoni, cioè di Fedez. Basta ambasciatori che non portan pena. L’Italia ha riso abbastanza. Questo paese non è che una degenerazione, una tragedia in cui si cresce con la sola colpa di essere nati. Siamo nell’Italia dei padri illuministi e tiranni. L’Italia del benessere, delle famiglie bene ma con i figli drogati. Quell’Italia che Manzoni non perdonerà mai al buon Pietro e al marchese Cesare Beccaria. L’Italia dei ragazzi disastrati che vivono in case cadenti, nella rovina delle loro famiglie e senza lauree ad honorem.

Il riso è alla superficie, ma sotto giace represso e contenuto l’indignazione dell’uomo offeso. Per Marra, questo sentimento si trasforma in ironia e poesia. Ma se togli l’ironia e fai salire sulla superficie in modo scoperto e provocante l’ira, il disgusto, il disprezzo, hai Guè.

Se per Guè il dolore viene represso con il lavoro e le serate, fino a non sentirlo più, per Marra è l’opposto: il dolore lo paralizza, ha bisogno di viverlo fino in fondo, di annegarci e spremerlo e alla fine tirarci fuori qualcosa.

Come Guè, Alfieri a vent’anni si sfoga come un cavallo pazzo correndo per l’Europa da Parigi a Firenze. Profondamente rattristato e incalzato dagli avvenimenti d’ltalia “sfinito dalle ostinate fatiche, disdegnoso della gloria e della vita”. 

Come Marracash, Foscolo resta tra perdenti ed idealisti verseggiando in cameretta, con lo stile hikikomori che meglio lo rappresenta, senza fuga o buca che possa racchiudere il suo dolore dove quel che avanza “è sol languor e pianto”.

Ecco allora Guèsus (2021) di Guè Pequeno. Una provocazione sturm un drang per colpire quella che oggi come nel 700 è una minoranza: i cristiani cattolici. 

Gué-Alfieri è solo un altro senza Dio che odia i giacobini “un santo delinquente, Jesus Malverde, Col pendente al collo e di reato pendente, Sono ancora tutto intero, ora prego non siano dietro, Non ci sono atei dove si rischia davvero, Il mio verso è Vangelo, servo la messa in camera, Ho smarrito il sentiero ma ho preso la panoramica”

Come nel più bel capitolo sulla Tirannide scritto nella Tragedie, Alfieri dedica i suoi versi alla “libertà” disapprovando la religione cristiana  “che non è per se stessa favorevole al viver libero, i cui troppi abusi sforzarono col tempo alcuni popoli assai più savi che immaginosi a raffrenarla, spogliandola di molte dannose superstizioni.”

E poi Madre Perla (2023) una sorta di Batrachomyomachia dove si tratta la parola non come suono ma per lacerare le orecchie italiane che strillano dalla baia imperiale: 

mi trovan duro? 

Anch’io lo so: 

pensar lì fo. 

Taccia ho d’oscuro? 

Mi schiarirà 

poi libertà.

Ma il punto di non ritorno arriva con “Persona” (2019) l’album rivelazione di Marracash, come nei nuovi Sepolcri, le “Muse e l’amor e unico spirito di vita raminga” sono “L’ Anima” a cui versare fumo e whisky.  La canzone in featuring con Madame non è che un compendio alla sua Teresina  dove “faccio certe cose e tu sparisci. Poi ritorni come per magia. Non andare più via”.

E poi “Noi, loro e gli altri” (2021) dove la prospettiva di Marracash è più che mai sociale. Una specie di  tesi, antitesi e sintesi hegeliana dove l’intelletto, che produce idee e concetti, deve alienarsi ed uscire fuori di sé, fare i conti con la società e tutto ciò che è fuori. 

Un  mondo dove oggi possiamo rivendicare di essere bianchi, neri, gialli, verdi / O di essere cis, gay, bi, trans o non avere un genere / Non possiamo ancora essere poveri / Perché tutto è inclusivo a parte i posti esclusivi, no? /

Oggi che tutti lottiamo così tanto per difendere le nostre identità /

Abbiamo perso di vista quella collettiva /

L’abbiamo frammentata /

Noi, loro e gli altri /

Persone. 

Marracash racconta un mondo in cui la verità è illusione e il progresso è menzogna. Come per  Le ultime lettere di Jacopo Ortis, dove “In morte del fratello Giovanni” e la dedica al fratello Nico “che stava alla torre dell’ottavo piano con la felpa verde senza orari, regole, né castighi, però manco qualcuno che gli stirasse un po’ i vestiti”.
Insomma Marracash-Foscolo e Guè Pequeno- Alfieri i due più grandi romantici. Prima di Pellico e Berchet, prima di Manzoni e Leopardi. 

Coloro che meglio di tutti colgono i grandi avvenimenti di un’ Italia immatura e impreparata. I due che rivelano con le loro biografie, il moderno e il falso eroico dello spirito nazionale. 

Lo spirito di un’Italia senza personalità e senza possesso di se stessa. Un’Italia intrappolata in idee confuse, priva di iniziativa, dove i pregiudizi sono mescolati alle utopie, alle immagini in tv, ai social e ai cosplayer. Un’Italia a cui “gettar le alte grida sul disinganno”. Un’Italia a cui serve stimolare passione e nuovi caratteri.

Non possiamo che ringraziare Marra-Ugo e Guè-Vittorio. Per ricordarci che la letteratura ci è amica e che parole come libertà, virtù, giustizia, amore e tutto il nostro mondo interiore, non sono che versi, rime e flow da mettere in barra per farci rifiorire, per affrontare le forze brute di questo tempo.

NON E’ COLPA DEL LOMBRICO SE IL CAVOLO MUORE. Incontro con il poeta dialettale Nino De Vita

WhatsApp Image 2019-12-24 at 20.58.13.jpegIl cavolo arbustivo (Brassica fruticulosa) detto popolarmente “Qualeddu” appartiene alla famiglia dei cavolfiori. E’ una verdura molto usata dalle nostre parti. Piace per quel suo sapore amarognolo dal gusto inconfondibile. 

Nel paese di mio padre (Marsala) lo vendevano per strada “a muntagne e munzeddi”. Spesso stipate dentro piccoli camioncini che il venditore riempiva in grossi sacchetti di plastica. Oggi il qualeddu è scomparso, secondo alcuni contadini “si mangiaru i casentaru” (se li sono mangiati i lombrichi). 

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Abitando in campagna (in quella contrada arabica chiamata Rakalia) ed avendo imparato a distinguere il qualeddu dalle altre verdure , non è difficile trovarmi la mattina con in mano un coltello, un sacchetto, alla ricerca di qualeddu sciare sciare o per mannere. 

Incontrare il poeta Nino De Vita è stato come trovare il qualeddu. 

Da trent’ anni il poeta marsalese Nino De Vita narra in versi, nella lingua della sua contrada, l’enclave di Cutusìo (bagghiu Sansùna), un mondo contadino che sempre più si va dissolvendo e identificando con la sua stessa memoria, quasi spettrale, e con l’ arcana parola che lo evoca.  Una Spoon river siciliana, ma in forma dialettale.

Arrivo a casa di Nino De Vita. Dalla finestra appare in tutta la sua magnificenza lo Stagnone, quell’ arcipelago lagunare in cui da piccolo andavo a pescare scorfani, orate e sarde con zio Giò.  Le isole che navigano nel vicino orizzonte, e soprattutto la fenicia Mozia con la statua del suo giovinetto e della sua maschera ghignante. Dalla casa del poeta lo sguardo può spaziare, fare delle soste simili agli accenti che cadono sui versi e indugiare sulle montagnole di sale che si accumulano seguendo un ritmo tutto loro.

Lo sguardo va, fino dove può, e torna indietro filtrato dalla memoria, e insieme alle immagini nella casa del poeta approda una collezione di parole “petrose” di “endecasillabi sdruccioli”, come lui dice, di ricche consonanti con la predominanza della u finale.

Nino De Vita scrive in un dialetto siciliano molto particolare, quello che si parla a Cutusìo, la contrada di Marsala nella quale lui e la sua famiglia vivono. La lingua della contrada. La lingua dove il poeta è all’ unisono con la sua terra. 

De Vita scrive con una sommessa, incantevole e inspiegabile precisione. Senso del pudore, uso parco della parola, nudità del gesto e scansione netta. Erbe, fiori, insetti sono osservati, scavati e salvati con un’impassibilità che nasconde e protegge il battito, il tremore  di una sottile febbre amorosa. Il dialetto di Cutusìo, insieme aspro e dolcissimo, talora ostico perfino per un marsalese “adottato e adattato” come me, è divenuto così l’ eco straniata di un tempo ormai scaduto, che sopravvive alla sua stessa fine nei modi ancestrali del cùntu e del mithos. Sembra di rileggere Pier Paolo Pasolini su “Lingua e dialetto” di Ignazio Buttitta: 

La ghitarra del dialetto perde una corda al giorno. Il dialetto è ancora pieno di denari che però non si possono più spendere, di gioielli che non si possono regalare. Chi lo parla è come un uccello che canta in gabbia. Il dialetto è come la mammella di una madre a cui tutti hanno succhiato, e ora ci sputano sopra (l’abiura!). Ciò che non può essere (ancora) rubato è il corpo, con le sue corde vocali, la voce, la pronuncia, la mimica — che restano quelle di sempre. Tuttavia si tratta di una pura e semplice sopravvivenza. Benché ancora in possesso di questo organo misterioso coi suoi lampi negli occhi che è il corpo, siamo poveri e orfani lo stesso”.

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Ed è cosi anche per Nino. Un cacciatore-poeta che cerca di salvare il dialetto. Ma anche un uccello in gabbia, che cerca di sopravvivere a se stesso: “da oggi in poi mi basteranno gli occhi e verrà in seguito il lento lavorio del linguaggio”, mi dice.

Ed è questo lavorìo del linguaggio che mi interessa. 

Nell’ ultima raccolta di poesie “Tiatru” (Mesogea, 2019) De Vita raccoglie tredici storie i cui protagonisti creano di volta in volta, nel dialogo che li lega ad altri personaggi, scene di vita. Un nuovo frammento si aggiunge alla poetica: il teatro.

Se in un primo tempo si usava la parola piena (la “parole” direbbero De Saussure e Jacques Lacan), che il poeta incarnava nella natura pacifica di Cutusìu (la natura di Fosse Chiti, Sulità e Cùntura), cioè la parola che vuol essere riconosciuta come desiderio del poeta; ora la parola diventa linguaggio (“Lalangue”). Linguaggio dove il desiderio non vuol essere riconosciuto, ma interpretato. Con Tiatru, De Vita passa dalla parola al linguaggio. La lingua del poeta stabilisce rapporti con il proprio simile e ritrova la verità del suo discorso nell’Altro, che non è solo l’Altro della parola, ma è anche l’Altro del linguaggio: ‘A fest ri morti, U’rrimitu, Gggiuvannineddu u foddi, Turiddu u salinaru, A malata, sono questo Altro: rappresentazioni e significanti, maschere salaci e beffarde. Risi sardonici contro la morte. 

E infine, Bberenagariu, dove il protagonista, nel suo modo logorroico e scompaginato di rivolgersi al prossimo, in questo caso rappresentato dal poeta stesso, dichiara la sua ossessione per le parole. Manifesto di quel “grande litorale” che è la letteratura:

Un uomo sono che si ubriaca di parole,

che le rimugina, vizioso, afflitto,

disorientato uccello

di maltempo.

(…)

Io so come gettano le parole 

Aiutatemi chiedo

a ricordare, un uomo

è fatto di parole.

Ci sono quelle miti, le sagge, 

le sospirose ti dicono

lo puoi fare, ricorda; e ci sono

quelle manesche, le apatiche, le avide:

ti cercano per confonderti,

sviarti, allarmarti…

La parola è stomachevole,

vanitosa, sfrontata

è traffichina, è contorta

dissenata, solitaria

si trastulla e se ne va

bizzosa a girovagare

si posa in una fossa

con l’acqua e sta, di lì

guarda; se ti ci sporgi

ti dice ho la tua faccia con me

(…)

mi bisognano le parole

a me: a sorsi,

a boccate, a soffocare

Le parole che si sono perse, che si stanno

perdendo.

(…)

Portano le parole 

fatti che sono nell’oblio

Non sono infiacchite

abbandonate, intorpidite; non si guastano

nel posto dove stanno

conservate, non si prendono di male.

Le penso io, di notte, sveglio

Questa è giudiziosa dico

dico, è assennata; questa

è parola cavillosa,

rozza, lunatica.

Quest’altra sta sempre in mezzo, 

viene per farmi piangere.

Una ne è giunta ora

che è senza onore,

parla e si vanta

Io le tengo buone le parole

le nomino ed accorrono.

Arrivano da dove arrivano.

Tiatru non è che un’insieme di conversazioni spremute, di parole che si adattano ai tempi che cambiano, come per un incantesimo voluto dagli dei. 

La poesia non muore. Anzi. Rinasce come il qualeddu. Ed io sono contento di aver conosciuto Nino De Vita, di aver scoperto che la poesia resiste. 

Passeggio tra i fiori di Maggio. La giornata è fredda, il paesaggio sopra la mannera è nitido. Gli alberi di ulivo danno un impressione di gelida fragilità, come se un colpo di vento o un urto potesse frantumarli. Lo stesso suono, gira tra pale eoliche e motori vibranti. Come un Garibaldi disperato, cammino tra i labirinti di questa campagna alla ricerca del qualeddu perduto. C’è solo un lombrico che striscia impavido sulla nuda terra. 

No. Non è colpa del lombrico se il cavolo muore.

 

TAXI TEACHER. Viaggio al termine delle convocazioni d’istituto

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I piaceri della vita, insegna Céline, arrivano per mail con oggetto NOPM00001:

Convocazione dalle graduatorie d’istituto ai fini della stipula di un contratto di lavoro a tempo determinato. 11 Ottobre 2018. Ore 8.30. Aula magna, Liceo Classico Carlo Alberto. 

Trascendo, bevo un bicchiere di bourbon e salgo.

Per la prima volta, ricevo una mail dalla scuola senza che questa finisca nello SPAM.

Qualcosa è andato storto. La mail ha bypassato ogni firewall del sistema e adesso quel codice, rimbalza nella testa come il tamburo di Jumanji.

No. Non può essere una semplice coincidenza.

E’ arrivato il momento, mi dico.

Questa non è una semplice convocazione, Giuseppe”.

Questa è una missione, Giuseppe”.

Preparo lo zaino da trakking. Armato di poncho, gavette e borracce, raggiungo il Liceo Classico Carlo Alberto di Novara. 

Il traffico è congestionato. Una coda lunghissima arriva fino al Viale Curtatone. Simulo le geste eroiche dello studente, mi faccio spazio senza essere riconosciuto. Sono le 8.40.

L’aria è satura, la stanza calda e appiccicosa. Alla cattedra il preside Ticozzi brandisce il microfono come un bazooka, seguito da una pletora di burocrati  e soldati del Kazakistan.

Anche quest’anno, Novara si piazza tra le migliori posizioni delle hit U.S.R. Le graduatorie ad esaurimento nervoso, si faranno a metà Ottobre con buona pace degli alunni e della festa al Cele.

3700 candidati. 400 posti. Tutto questo ha un solo effetto:

La selezione della specie.

Qui, la prossemica è segno. Lo spazio è metacomunicazione.

All’angolo rosso la CGIL. All’angolo blu la UIL pronti a scatenare la guerra del Peloponneso in caso di violazione dell’articolo 41.  

Sembra di essere tra Wall street e il mercato coperto. Da un lato il provveditorato, i rappresentanti del vertice globalizzante, dell’astrazione e della razionalità applicata. Dall’altro la plebe e i precari. Sempre marginali e fuori dal flusso della modernità.  Ognuno con il suo smartphone. Ognuno con il suo foglio excel pieno di scarabocchi, sudoku ed evidenziature.

Ognuno con il proprio complice: le segreterie di stato o il collega pronto a cambiare fascia.

Ognuno con il proprio sistema di scommesse, come se fosse una puntata alla SNAI.

Mi sento solo. Fuori è tutto un cicaleccio di voci che accompagnano alla discesa negli inferi.

Passa un’ora e il mio nome non arriva. D’altronde siamo ancora alla seconda fascia.

Sono un palloncino pronto a scoppiare. Guardo il preside boccheggiare sulla poltrona con il microfono in bocca. Con un moto estatico e ridanciano riprende i presenti:

Eh aluraaaaa! Questo non è uno stadio, ma a una scuooolaaaaa! Signori!

Sto bevendo il mio Polase quando un signore attempato si avvicina chiedendo:

Sei tu Passalacqua?

Silenzio.

Accenno un timido sì con la testa. “Chi cazzo è?

Come sa il mio nome?” “Dove lo ha letto?!” “Forse è un ITP?

Mi guardo intorno. Sono sicuro che qualcuno mi stia sorvegliando. Quei figli di puttana devono aver inserito qualche cimice appena entrato.

Mi chiamo “Luiggi” e faccio sostegno al commerciale.

In che fascia sei?

Rispondo ansioso:

In terza, perchè?

Cumma’ mè. Amm’ apparià.”

Giggi viene da Caserta. Questo è il suo 14° anno al Bonfantini. Mi lancia un sorriso subdolo. Sembra uno di quei personaggi del film horror “obbligo o verità”.

C’è chi definisce la scuola “la Russia di ogni governo” e si stupisce che ogni qualvolta si provi a mettere le mani sulla scuola c’è sempre un’ondata di protesta e di indignazione da parte di insegnanti e studenti.  Questo perché si finge di ignorare una lotta spesso ignorata per la sopravvivenza: la lotta tra ITP e insegnanti di III fascia.

E così. Ogni mattina in Italia quando sorge il sole un insegnante di III fascia si sveglia. Sa che dovrà correre più dell’insegnante tecnico-professionale (ITP) o verrà ucciso. Ogni mattina in Italia quando sorge il sole un ITP si sveglia e sa che dovrà correre più dell’ insegnate di III fascia o morirà di fame.

La ricerca disperata del posto di lavoro e le sospensive del Tar hanno creato un conflitto permanente. Tra questi: la lotta tra ITP e insegnanti di III fascia. Ieri il 20 per cento degli ITP che hanno ricevuto il contratto fino a Luglio, sono stati assegnati con riserva. Ma tutto può cambiare con una sentenza.

I motivi di questo cortocircuito sono molti.  

Molti diplomi tecnici ad oggi, sono stati considerati da una sentenza abilitanti. Ad esclusione di alcune classi di concorso considerate obsolete (ad esempio la classe di concorso dattilografia e trattamento testi, che inganna nella vecchia dicitura richiamando all’uso della macchina da scrivere che oggi viene sostituita dal computer ). Le classi obsolete escluse da ogni possibilità d’inserimento in seconda fascia, passano alla terza e così s’innesca il cortocircuito.

Non solo. Nel mercato delle cattedre, la più prestigiosa è quella di “sostegno” (a Novara erano  169). Succede quindi che molti scegliendo queste, ne lasciano vacanti altre. Il cane si morde la coda a vuoto e così, i 400 posti non vengono interamente occupati. Paradosso contro paradosso.

E’ vero. Il problema del precariato scolastico, da qualsiasi punto di vista lo si guardi, sta diventando uno dei più drammatici dell’Italia di oggi. Solo che non la sai fino a quando la provi.

Oggi la scuola ha cambiato paradigma. Da Stalin siamo passati a Kafka. Un moloch che si nutre di burocrazia.  Ecco la sintesi di tutte le riforme mancate, l’esplicazione di avanzi legislativi dalla genesi malferma, è il succedaneo convertito per effetto giuridico in funzione portante.

Un non-luogo afflitto da una patologia che nel tempo ha alterato le soggettività giuridiche fino a comprometterne le interazioni culturali e sociali; un sistema potente, non autosufficiente, che assorbe risorse materiali e umane per trarre giovamento.

Alle 11.00 arriva il verdetto. PASSALACQUA!

Vengo chiamato alla Corte del Provveditore.

Lei può scegliere due cattedre a 18 ore nel diurno o quella a 14 ore per il serale“.

Il silenzio è glaciale. Il cuore in gola. Un brivido sale lungo la schiena.

Sceglierei quella di 14 ore. Alla sera“.

Dalla platea si eleva un: “Oooooohhhhh my god!!!!?!

Qualcuno sussurra, qualcun’altro sbiascica.

Non ho scelto la cattedra diurna, né quella di sostegno, lasciando i presenti di stucco.

Che culo!

Scompaio nella pioggia tipo il Corvo.

Triste o felice. Sto come d’ autunno. Sulle cattedre. I professori. Esco dall’aula investito dagli applausi.

Ma la guerra non è finita.

La lunga lotta di classe, continua.

 

MISSING SARAJEVO.

 

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Verso le due di notte, dalle montagne che circondano la conca di Sarajevo, scendono branchi di cani randagi che vanno nella Baščaršija, il quartiere turco, alla ricerca di avanzi.  E non è un caso che le prime vittime dell’assedio di Sarajevo siano stati proprio i cani. Già da questo, si capisce tanto.

Circondata da montagne che quasi la recingono, isolata dal mondo difesa da tutto ciò che le è esterno e completamente ripiegata su se stessa. Il centro commerciale della città è la Čaršija che si estende sul fondo della conca, mentre intorno, sulle pendici delle montagne sono cresciuti quartieri dove cani e uomini abitavano in simbiosi.  Sarajevo è una soluzione urbanistica proiettata sul centro. Una lumaca dentro il suo guscio. Una metafora dell’anima che spinge a guardarsi dentro.

Le mahale sono disposte a raggiera intorno al centro, cosi che da una parte del centro si trova la mahala musulmana chiamata Vratnik, dall’altra la mahala cattolica, detta Latinuk, dalla terza parte della mahala ortodossa chiamata Taslhian, dalla quarta parte la mahala ebraica chiamata Bjelave. Inframezzate fra le grandi si trovano mahale piccole chiamate Bistrik, Mejtaš, Kovaci.

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Già dalla sua fondazione (1440 d. C.), la città fu popolata da tre grandi religioni monoteistiche, islamica, cattolica e ortodossa e vi si parlava il turco, l’arabo, il persiano, il bosniaco, il croato, il serbo, l’ungherese, il tedesco e l’italiano. Cinquant’anni dopo i governanti spagnoli Ferdinando e Isabella scacciarono dalla loro terra gli ebrei sefarditi. Alcuni si rifugiarono a Sarajevo portando la lingua spagnola e il ladino. Sarajevo è una seconda Gerusalemme, dove le religioni venerano lo stesso Dio, al quale danno un nome diverso a seconda della latitudine. Sulla via Jadranska, guardiamo il Miliajka che come ogni estate, rinsecchisce sulle rive. Lungo il canale, si addensano le ombre e le luci riflesse di Gavrilo Princip trapassati. Qui, durante l’assedio i ragazzi sfidavano i cecchini per andare a studiare in università. Sfidavano i cecchini per andare in un bunker dove c’era una band che suonava di nascosto. “La cultura veniva tenuta accesa al buio“, ci dice Giorgia che incontriamo in un bar della Baščaršija. 

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I palazzi di Sarajevo sono tutti ristrutturati, con le pareti trivellate dei colpi, mantenute sugli intonaci come quando si conservano gli affreschi nelle chiese. E poi rotonde, strade interrotte e architetture futuristiche. Ci sono palazzi enormi in ferro e in corten, vetro, marmi, da metropoli europea incastrate al paesaggio pannonico. Questi ultimi sono tutti capitali arabi e turchi, come riportano le targhe che te lo ricordano. Insieme alla sviluppo commerciale sono aumentate anche i minareti, che sembrano matite fluorescenti con gli altoparlanti. Piccole moschee come funghetti sorgono ovunque a marcare il territorio.

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Sulla Baščaršija, i ramai e i venditori di mughetto, il cui profumo prepara alla sera di festa. Uomini con qamis fino alle caviglie, camminano assorti e illuminati dai loro smartphone. Le donne, restano a collassare con il narghilè nei Caffè selfie, per non perdersi l’ultima puntata di Wadi Diab. Novo Sarajevo è stata barattata per spaziali centri commerciali Halal. Una delle città multiculturali per eccellenza sta vivendo un’impennata di luoghi di culto grazie a favori politici: petroldollari in cambio di edonismo, barbe lunghe e niqab fichissimi.“Dietro le palpebre chiuse, ho visto come Sarajevo, così distrutta e così amata, amata come mai prima d’ora, si sollevava da terra, iniziava a volare e volava via, volava là dove tutto è placido e beato, volava nella più profonda interiorità della realtà, là dove può essere amata e sognata, là da dove ci può ridare la luce di una percezione di senso e di scopo. Ma questo vuol dire, Dio mio, che alla mia Sarajevo ho già rinunciato? Vuol dire che in questo mondo non esiste più la Sarajevo che conoscevo e amavo?” Si chiedeva Karahasan in Sarajevo, il Centro del mondo.

Ed è così. E’ finito il tempo dei caravanserragli. Lo si vede anche in Via Bulbulina. La pratica del “buon vicinato” va sparendo: l’usanza di vivere in palazzi regolati dall’aiuto reciproco sfuma ogni giorno. Un tempo poteva aumentare il valore di un appartamento mal ridotto, se la comunità condominiale era solidale. Ora le comunità tendono a non essere più miste o a farsi gli affari propri. Per tutto il resto c’è Airbnb.

Sarajevo non può prescindere da una riflessione sul passato in cui ti imbatti regolarmente passeggiando, calpestando le rose, macchie rosse sui lastricati dove sono stati colpiti i civili. Il presente è quello che è, in bilico tra capitalismo ammiccante e voglia di radicalizzazione. Per il futuro ci si augura solo buona memoria.

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E’ sera. I cani tornano sui monti della catena pannonica a passo svelto. Gli uomini passano a spazzare con l’acqua le strade. Guardo quel cane, immerso nei pensieri. Avrei voluto chiedergli se questa città al centro del mondo  sarebbe stata ancora qui fra dieci o vent’anni. Perché a me, quando cammino a Sarajevo, mi manca anche Via delle Rosette.

E mentre pensavo a tutto questo, il silente e mansueto cane si è girato verso di me.  Il suo volto signorile e altero sembrava dire:  “Cosa cazzo vuoi che ne sappia? Sono solo un cane!” 

 

PARCO MERDILIANO. Leopardi scrive a De Magistris

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Ogni volta che vado a Napoli, non perdo occasione per mangiare all’osteria di Hamsik e salutare l’amico Giacomo Taldegardo Francesco di Sales Saverio Pietro Leopardi.

Giacomo Leopardi (1798-1837) abita al Parco Vergiliano di Piedigrotta, altrimenti detto Parco della tomba di Virgilio. Proprio quel Virgilio. L’unico e originale Publione nazionale.  Non so se lo sapete, ma Jack e Virgilio sono una coppia di fatto e vivono insieme nel quartiere di Posillipo. Un luogo incantevole. Così bello da essere sempre chiuso. Provare per credere.

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Quello che rimane di parco Virgiliano sono le transenne. Ma se siete fortunati – tipo il martedì – troverete anche tavolini, sedie e lo chalet del custode aperto. Il custode è un signore assai anziano e attempato chiamato da tutti Gennarié. Ogni volta che gli si chiede un’informazione, lui ti guarda in tralice e con verso nasal-gutturale risponde:

 Nun song e’ ca!

Ogni volta che incontro Gennariè, mi sento come Wolfgang Goethe in vacanza spirituale ma senza guida Michelin.

Per fortuna esiste lo smartphone. Inserisco la parola  “Parco Vergiliano” ma la batteria inizia subito a surriscaldarsi. La toponomastica napoletana manda in crisi il database di Google Maps. Dopo averlo riavviato dodici volte leggo:
“Parco Virgiliano detto Parco delle paparelle al Pendino dello Spirito Santo del pallonetto a Santa Chiara in Gratia Plena della Madre del Buon Consiglio dei Borboni di Rua Catalana di San Patrizio della Pazienza della Vergine Annunziata della porta di Capua sugli scalini del Conte di Mola della Santissima Madonna dei sette dolori a ogni bene in extremis antesaecula dell’emiciclo di Poggioreale in omnia mundis delle mura greche di San Carlo all’Arena della Madonna di Santa Maria del Pianto sullo slargo della Carità di Caravaggio del palazzo Filomarino di Rocca Concella in Assunzione della Beata Vergine di Pozzuoli dei tre spiriti innamorati di palazzo Carafa di Maddaloni del Pio Monte della Misericordia di Santa Caterina degli scalzi del principe Pignatelli Antonio Cortés Gomez dos Santos de Toledo Los Cuaros in miracolum mundis delle capuzzelle del cimitero delle catacombe di Santo Eustachio Ora Pro Nobis in San Paolo in Harem sul decumano superiore e non inferiore in reginae matrii boni consilii catolichae ecclesiae antenobilium di Carlo III in Borbone della Duchessa d’Austria del viceré Don Pedro Armandòs Juarez di Santa Lucia dei gradoni del molo Beverello nella Nuova Marina di via Giotto e di via Tino di Camaino in Angeli Domini della Antica Consolare Campana in Appia di Santa Maria alla rotonda anfiteatrica in caelo est gratiis ab aeterno abbascie all’Arzo conosciuto più comunemente dai locali con il nome di:
Via A’mammt“.

Solo in quel momento mi rendo conto di non essere a Piedigrotta – e forse neanche a Napoli – ma tra il Vesuvio e i caseifici alla diossina di Caserta. Sono a 500 metri sotto il livello della spazzatura insieme a Caronte, Minosse e Cerbero. D’altronde Virgilio nell’ Eneide ci aveva avvertito: veterum non immemor ille parentum / gratatur reducis et infernum agresti tour / excipit ac fessos opibus solatur amicis. 

Ho dovuto chiudere la mia agenzia “Tour Infernali” anche per gli amici più cari : sapete, non è che Dante m’abbia fatto una gran pubblicità.

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Che cosa avrebbe pensato Jack dell’ermo colle, della siepe, degli orizzonti e dei sovrumani silenzi? Sarebbe riuscito a denunciare gli impavidi e immortali funzionari del Comune, di Castel Sant’ Elmo, del ministero dei beni, delle attività culturali e del turismo?

Il suo animo sensibile, la sua verginità permanente, non avrebbe sicuramente retto. Così, ho provato  ad immaginare Leopardi resuscitare a Parco Merdiliano. Jack Leopards come Rick Grimes di Walking Dead alla ricerca di Louis Shane, detto anche De Magistribus. Avrebbe sicuramente usato la propria vena poetica per scrivere una lettera come questa:

Gentil De Magistribus, 

vi scrivo brevemente per darvi notizia della mia buona venuta qui. V’invio quest’ultima lettera, affumicata in un angolo, come testimonianza che essa mi ha seguito fino al Vesuvio. 

Oggetto: Piano regolatore, colle di Piedigrotta

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Con la presente si precisa che la discontinuità altimetrica in oggetto e l’annesso riparo arboreo, la cui presenza incide peraltro negativamente sulla valutazione delle prospettive a lungo termine, ha lungamente costituito per lo scrivente oggetto di pregiata attenzione [1].

Tuttavia la seduta della commissione consultiva avanza l’ipotesi che oltre detta discontinuità sia possibile individuare i più ampi spazi lottizzabili, la pressoché totale assenza di inquinamento acustico e l’inattaccabilità da qualsivoglia controperizia; caratteristiche peraltro che si raccomanda di gestire con la dovuta cautela [2].

Si comunica pertanto che, a fronte degli eventi meteorologici recentemente rilevati in rapporto agli elementi costitutivi del citato riparo, si ritiene opportuno l’avvio di una fase di confronto con la costituzione di un apposito comitato fonometrico [3];

si ricordano a tale proposito il tempo necessario per l’evasione della relativa pratica, i numerosi impegni di cui questo ufficio è gravato, le attuali ben note circostanze, e le voci riportate dalla stampa locale [4].

Pur ribadendo la difficoltà di mandare in porto un progetto di così ampio respiro evitando i numerosi scogli che ne ostacolano la rotta, si manifesta soddisfazione per l’indubbia profondità dell’analisi eseguita [5].

Ringraziando per la cortese attenzione, si porgono distinti saluti.

Il Responsabile del Settore

(Dott. Giacomo Taldegardo Francesco di Sales Saverio Pietro Leopardi)

Appendice tecnica

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[1] Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

[2] Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura.

[3] E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando:

[4] e mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei.

[5] Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare.