
Sono tornato al memoriale sulla Shoah di Milano dopo quattro anni portando gli studenti del mio Liceo.
La prima volta che andai nel 2019 fu per fare alcune ricerche su Salmi Modiano e Nedo Fiano con un’ altra classe.
Fa un certo effetto tornare oggi, in pieno conflitto tra Israele e i territori palestinesi, con tutto il carico di dolore, sofferenza e nuove catastrofi.
Fa riflettere il murales di Alexsandro Palombo che rappresenta la famiglia dei Simpson in pigiama a righe oppure quello di Homer palestinese che tiene il suo Bart con pietà michelangesca in braccio.
Perchè la storia si ripete sempre tre volte, la prima come tragedia la seconda come farsa, la terza come meme.
Finito il percorso interno tra vagoni merce, montacarichi e testimonianze, ci siamo seduti nella stanza della riflessione. Lì ho chiesto se c’erano domande.
In genere a questo punto del percorso cala il silenzio, finché un insegnante pietoso non rompe il ghiaccio.
Invece no.
Una ragazza di 16-17 anni alza la mano e prende la parola:
“Prof. ma se gli ebrei hanno attraversato questa sofferenza immensa, questa catastrofe perché allora oggi fanno lo stesso con Gaza?
La Shoah e la Nakba non sono la stessa cosa?
Non è allora che gli ebrei da vittime, sono diventati a loro volta carnefici nazisti?”
Ci ho messo qualche secondo a rispondere.
Possono sembrare domande banali ma non lo sono.
Avrei voluto rispondere che la questione Israelo-Palestinese ha una storia molto lunga , che è necessario conoscere la complessità di questo conflitto: le condizioni politiche, sociali, geografiche economiche e culturali del Medio Oriente. Dalla Nakba nel 1948, alla crisi di Suez nel 1956, dalla guerra dei sei giorni nel 1967, alla guerra dello Yom Kippur nel 1973, dagli accordi di Camp David nel 1978, alla prima Intifada nel 1987, fino agli accordi di Oslo nel 1993.
E ancora: dall’assassinio del primo ministro israeliano Rabin nel 1995, alla a seconda Intifada, dalla vittoria di Hamas alla guerra civile nella Striscia di Gaza nel 2006, dall’embargo di Egitto e Israele sulla Striscia di Gaza nel 2007 ad un’altra guerra tra Israele e Gaza nel 2008. Dall’operazione Piombo Fuso nel 2011 e Vittorio Arrigoni, dall’ultima invasione di terra della Striscia di Gaza nel 2014, fino alle proteste nella Striscia di Gaza la più grande prigione a cielo aperto. Dagli scontri a Gerusalemme ad un’altra guerra a Gaza nel 2021 e poi su su fino a tutti i morti ammazzati in territori palestinesi occupati fino al 7 Ottobre 2023.
Ma non potevo.
Non potevo zippare tutto in qualche minuto.
C’era poco tempo.
Un altro gruppo classe avrebbe preso il nostro posto.
In quel momento ho preso consapevolezza che il memoriale si era trasformato in una catena di montaggio. Quella macchina infernale che governa ogni logica culturale e non fa pensare.
Ma volevo soprattutto avvertire quella ragazza.
Volevo sollecitarla ad approfondire, studiare, conoscere per mettere a confronto più storie, più memorie.
Fare quel lavoro faticoso di sussunzione che si richiede ad ogni storico.
Uso i verbi al condizionale perché prima che avessi il tempo di aprire bocca, un’insegnante, o forse la preside, si è alzata in piedi ed è esplosa in questo flusso di coscienza:
“Ma che domanda è? Hamas doveva pensarci prima di attaccare Israele il 7 Ottobre. I palestinesi e i gazawi sono dei terroristi e con il terrorismo non si discute.
Come è possibile paragonare la Shoah ai fatti del 7 Ottobre?
E la violenza che avete studiato nel programma di storia? E le leggi sugli ebrei e la seconda guerra mondiale?
Ma la vogliamo smettere con queste provocazioni?”

La ragazza, aspirante, intelligente, prossima ricercatrice storica, non ha replicato.
Tutto questo conferma che oggi la memoria è un ricatto permanente.
Chi si ponesse con sguardo critico nei suoi confronti, automaticamente sarebbe in odore di sospetto.
La narrazione dominante recita più o meno così: la memoria è sacra, perché se non lo si ricorda, il passato, è destinato a ripetersi. E siccome il passato è sempre orrore, sangue e abisso, noi che siamo gente civile teniamo lontano il mostro del passato col culto della memoria.
Primo Levi, riferendosi ai meccanismi della memoria, nella prefazione dei Sommersi allerta i lettori sul fatto che il libro che si trovano tra le mani è impastato di una sostanza ambigua e complessa, da prendere sul serio, ma al tempo stesso da guardare con sospetto.
Perché la memoria è fallace, istituisce con il passato un rapporto proprietario.
La memoria si appropria del passato.
La memoria non è mai neutra; è sempre la mia memoria, la nostra memoria, la memoria delle vittime, la memoria di qualcuno nel cui nome si parla.
E serve per lo più a legittimare l’azione nel presente di qualcuno che diventa portavoce, detentore, mediatore dei possessori di memoria.
Osservazioni banali, se non fosse per questo culto di massa che ci ha accecati. E che ci costringe a normalizzare ogni conflitto.
Tutti i nazionalismi sterminatori dell’ultimo secolo hanno avuto la memoria come propria bandiera.
Vogliamo parlare del passato barbarico e glorioso della Germania? O di quello sconfitto e nobile dei serbi? Del passato universale del califfato musulmano? O di quello imperiale e panslavista russo? Nel nome di queste “memorie”, nell’ultimo secolo si è sparso sangue a fiumi.
Mi spiego meglio: se per esempio, la pretesa d’impunità di Israele è dovuta in buona parte allo status di vittime perpetue degli ebrei, molti di quelli che criticano Israele cercano di spiegare l’attacco di Hamas, come un atto di terrorismo prevedibile in risposta all’oppressione dei palestinesi, mentre agli occhi dei sostenitori di Israele, gli abitanti di Gaza non possono essere vittime perché Hamas ha attaccato Israele per primo.
Ma, cara Professoressa, questa lotta per rivendicare lo status di vittime può andare avanti all’infinito. No?
Da diciassette anni la Striscia di Gaza è un luogo sovrappopolato, impoverito, fortificato, da cui solo una piccola parte della popolazione ha il diritto di andarsene anche solo per un breve periodo di tempo.
In altre parole, è un ghetto. Non come il ghetto ebraico di Venezia o di alcune città degli Stati Uniti, ma come il ghetto ebraico in un paese dell’Europa orientale occupato dalla Germania nazista.
Nei primi due mesi dall’attacco di Hamas a Israele, tutti gli abitanti di Gaza hanno subìto l’assalto quasi ininterrotto delle forze israeliane.

Migliaia di persone sono morte. In media, nella Striscia di Gaza è stato ucciso un bambino ogni dieci minuti. Le bombe israeliane hanno colpito ospedali, reparti di maternità e ambulanze. Otto abitanti su dieci sono ormai senza casa, si spostano da un luogo all’altro senza riuscire a mettersi in salvo.
Dunque perché ci portiamo ancora questa tara storica? Perché non si impara nulla dalla memoria?
La stessa Hannah Arendt contestava anche l’affermazione, fatta dall’accusa, che gli ebrei erano vittime: per dirla con le sue parole, era “un principio storico che si estende dal faraone ad Aman, vittima di un principio metafisico”.
Secondo la filosofa lo stesso Olocausto nel processo Eichmann come fu raccontato al pubblico ministero, come un evento predeterminato, parte della storia ebraica, e solo di quella.
Gli ebrei hanno sempre il timore giustificato dell’annientamento. In effetti, possono sopravvivere solo se agiscono come se l’annientamento fosse imminente.
Alcuni dei grandi pensatori ebrei sopravvissuti all’Olocausto hanno trascorso il resto della loro vita cercando di dire al mondo che quell’orrore, pur essendo stato letale come nessun altro, non doveva essere visto come un’aberrazione. Il fatto che l’Olocausto fosse successo significa che era e rimane possibile. Il sociologo e filosofo Zygmunt Bauman sosteneva che la natura imponente, sistematica ed efficiente dell’Olocausto era legata alla modernità, anche se non era affatto predeterminata, ed era in linea con altre invenzioni del novecento. Theodor Adorno studiò quello che rende le persone inclini a seguire i leader autoritari e cercò un principio morale che impedisse un’altra Auschwitz così lo stesso Milgram con i suoi esperimenti sull’obbedienza all’autorità.
Il pensiero si sta spegnendo.
Sta diventando sempre più difficile accettare l’idea che qualcuno può essere stato il nemico del tuo nemico e tuttavia non una figura benevola. Una vittima ma anche un carnefice. O viceversa.
Forse rimane il depensamento.
Forse rimane la scuola.
L’ ultimo baluardo per dare riconoscimento alla parola e alle domande intelligenti dei nostri studenti. “Tutto ciò che non so l’ho imparato a scuola” diceva Flaiano in una famosa battuta.
Forse è questa la più grande responsabilità che abbiamo noi in-segnanti. Noi che non siamo stati segnati da quell’orrore, ma di cui comunque ne sentiamo l’inquietudine.
Come dare nuove penne, nuovo spazio, nuovo materiale per le generazioni che verranno?
Cosa succederà quando i testimoni di ieri saranno quelli di oggi?
Serviranno nuovi memoriali?
Come esplorare il mondo con occhi curiosi, per leggere le sue contraddizioni e le zone d’ombra?
Come dunque riconoscere le ingiustizie e mettere alla prova ogni nostra scelta?










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