L’EFFETTO LUCIFERO. Essere nazisti per tre giorni

Guardate per un momento questa straordinaria immagine.

escher

Si tratta del “Limite del cerchio IV di M.C. Escher, Illusione con angeli e diavoli”. Ora chiudete gli occhi e richiamatela alla memoria. Con gli occhi della mente vedete tanti angeli bianchi che danzano nel cielo nero? O vedete invece tanti demoni neri, tanti diavoli con le corna insediati nel risplendente spazio bianco dell’inferno? Forse, questa immagine vi ricorda la somma trasformazione del bene in male, la metamorfosi di Lucifero in Satana. Lucifero, “portatore di luce”, era l’angelo prediletto da Dio sino a che non ne sfidò l’autorità e venne gettato nell’Inferno insieme con la schiera degli angeli caduti. “Meglio regnare all’ inferno che servire in Cielo”, si gloria Satana, l”avversario di Dio” nel Paradiso perduto di Milton.

Dall’immagine di Escher emergono tre verità psicologiche.Anzitutto, il mondo è pieno di bene e di male — lo è stato, lo è e lo sarà sempre. In secondo luogo, la barriera tra il bene e il male è permeabile e sfumata. E in terzo luogo, gli angeli possono diventare diavoli e, cosa forse più difficile da concepire, i diavoli possono diventare angeli.

Affrontiamo una domanda fondamentale. “Che cosa spinge le persone a essere cattive? Che cosa fa sì che alcuni di noi conducano una vita morale, giusta, mentre altri sembrano scivolare facilmente nell’immoralità e nel crimine? Che cosa accade quando siamo esposti a contesti totalmente nuovi e insoliti (come ad esempio la guerra), dove le nostre abitudini si rivelano insufficienti?”La maggior parte di noi si nasconde dietro a preconcetti egocentrici che ingenerano l’illusione di essere buoni e speciali. Ecco. Ciascuno di noi percepisce il Male come un’entità, una qualità intrinseca di certe persone e non di altre. Ma se ad essere malvagi lo fossimo tutti? Se ad essere malvagio lo fossi anche io?

Ora guardate queste foto.

11700635_456604057835016_5693703837563917119_o 11791977_456604047835017_3662135259925396033_o 11705719_456604011168354_4729034531601249474_o 11011490_456261287869293_9076729263651234364_o11742740_10207244713785606_517826211515942744_n

Sono foto scattate durante “I ribelli della montagna. L’ultima  notte di Montelupo”, il LARP tenutosi a Lusernetta (TO) il 17-18-19 Luglio 2015. Il LARP (Live Action Role Playing) è una versione elaborata e più adulta del gioco per bambini facciamo finta che… O, se preferite, è come ritrovarsi sul set di un film che non ha copione e il cui esito è determinato dalle scelte e azioni dei giocatori.  La narrazione del gioco si è concentrata sulla difficile situazione di un borgo agricolo dell’Appennino tosco-emiliano, Montelupo, durante la complessa occupazione nazifascista del territorio italiano, nell’autunno del 1944.

In questo gioco di ruolo  ho interpretato la parte di un sottoufficiale delle SS. Per uno psicologo, niente di più istruttivo che giocare una situazione in cui si è il proprio esperimento. In questo laboratorio, il Dott. Jeckill ha trovato il suo Mr.Hide. L’ angelo è diventato diavolo. Niente di più spietato e primordiale.

Siete qui per giocare? Chiede un membro dello Staff.

Si.

Tu di chi fai parte?

Dei nazisti.

Bene. Le merde da quella parte.

Così è iniziato il mio gioco.

Quel merde – nonostante il chiaro tono ironico – risuonò su di me come una condanna. Una specie di cresima o vestito da prima comunione.

“Benvenuto. Da questo momento, tu sarai il cattivo.”

Arrivai a Lusernetta nel primo pomeriggio. Lo staff mi accompagnò al campo delle SS. Un rifugio di montagna in pietra, allestito con bandiere e svastiche. Nell’ ingresso era appostata una mitragliatrice e una jeep di fabbricazione americana. Intorno al campo invece, abeti e filo spinato così da rendere il luogo totalmente immersivo. Partivo da zero. Senza alcun background culturale o relazionale. Non conoscevo nessuno dei miei compagni e forse, questo è stato positivo. Lo staff mi consegnò la divisa e il profilo del personaggio chiedendomi di leggerne il teaser, la descrizione del gruppo, i legami con gli altri personaggi. Il mio personaggio si chiamava Rupert Von Steinmetz, sottoufficiale. Un personaggio molto complesso Rupert:

rupert

“Ultimo rampollo di una famiglia di antico e nobile lignaggio militare (suo nonno fu il celebre feldmaresciallo Karl Friedrich von Steinmetz), l’impeccabile e irreprensibile Rupert ha trovato nelle SS la nuova Aristocrazia del Reich: un’organizzazione dei migliori uomini della Germania tutta, pronti a servire il popolo tedesco guidandolo fino alla gloria e al futuro radioso che gli si prospetta. E’ stata una fortuna che suo padre e suo zio abbiano fin da subito compreso le potenzialità del partito Nazionalsocialista, sostenendo i suoi esponenti anche all’interno dell’ambiente dell’Esercito, ambiente conservatore e restio al cambiamento, persino quando esso porta chiaramente ad un futuro radioso. Rupert ha rapidamente fatto carriera nelle SS, attirando su di sé parecchie malelingue.”

Rupert sa bene che in altri tempi nessuno avrebbe decorato con i gradi di sottoufficiale una recluta fresca di accademia come lui che, tra l’altro, non l’ha nemmeno conclusa l’accademia, come tutti i suoi colleghi, richiamati per il bisogno alla fine del ’43 e spediti di rinforzo a sostituire le decine di sottoufficiali falciati dalle mitraglie dei sovietici o uccisi dalle bombe degli angloamericani. Il suo lignaggio gli ha permesso di frequentare le migliori scuole, di frequentare l’ambiente dei teatri e delle accademie artistiche. Rupert è stato sempre portato per parlare in pubblico e discorrere di arte e filosofia: fin da adolescente amava esibirsi in lunghi comizi, durante i ricevimenti dell’alta società, facendosi notare da tutti per le sue capacità. Questo gli ha spianato la strada. Contro la sua volontà, che lo avrebbe voluto studente universitario, ma anche a causa della contingente guerra venne inquadrato appena possibile nelle Schutzstaffel: nei piani dei suoi parenti la sua vita doveva essere una placida passeggiata fino ai vertici delle SS. Ma la guerra e la sconfitta che si profila all’orizzonte l’ha trasformata in una discesa in picchiata senza possibilità di frenarsi. E’ lucido il giovane sottoufficiale a differenza di molti sa che la guerra probabilmente si perderà. Ma altrettanto lucidamente sa di combattere dalla parte giusta e sa che ogni cosa è necessaria per allontanare la sconfitta anche solo di qualche ora.

Rupert iniziò a vivere nel pomeriggio di venerdì.

Prima di iniziare partecipai ad un workshop per conoscere le regole ed entrare nel personaggio.L’obbligo al saluto nazista fu veramente difficile, una violenza reiterata per principio. Eppure dopo averlo ripetuto più volte il saluto diventò norma. Era il nostro simbolo del potere. Il segno della nostra eleganza e disciplina. L’essere parte di un gruppo d’elité: il 16mo Panzergranaider delle Waffen SS.

11700955_728724980606714_6837298646786453568_o

Man mano che il workshop preparatorio proseguiva scivolavo sempre di piu’ nella vita di Rupert.

Sabato pomeriggio eravamo perfettamente immedesimati. Oltre agli obblighi cui eravamo preparati il nostro legame sociale era stabilito soprattutto attraverso l’identificazione reciproca dei vari membri. Si entrava in una sorta di conformismo sociale. Io ad esempio mi identificai nell’ Obersturmfurher Georg Jansen. Il mio diretto superiore. Attraverso la nostra  socializzazione imparammo a conformarci a certe norme e a obbedire a certe figure di autorità.

Passai la notte a fare il turno di guardia e dormii un paio d’ore circa. La mattina mi sentivo stanco, spossato e poco lucido.

Quando catturammo  Paolo Gamberini (un partigiano) erano le 17.00. Nella stanza delle torture entrarono lo Scharfhurer Kurt Schneider (detto il “macellaio”) e l’Oberauseherein Angela Schwarz (la strega di Buchenwald).

Sentivo le urla del prigioniero provenire dalla cucina. Provai una sensazione terribile, ma allo stesso tempo mi eccitai. Una commistione di orrore  e piacere. Quando Gamberini uscì nel cortile, l’Obersturmfuhrer Georg Jensen mi chiese di curarlo. Dovevo  immobilizzarlo e  vietargli qualsiasi movimento. Ci sedemmo sulla panchina di legno sotto la tettoia. Lo guardai in silenzio. Aveva uno sguardo assorto, dolorante e pieno di bende. Provai per lui molta compassione. Un’empatia che sentivo essere reale.

Qualche minuto dopo passò Angela Schwarz che cominciò ad insultarlo pesantemente. L’insulto continuò rispettando tutta la catena di comando. Prima l’ Obersturmfuhrer Waldemar Schwarz, e Georg Jensen, poi gli Scharfurher Wache e Schneider e infine Blucher e Andersen, soldati semplici. Non so se fu una coincidenza ma quella dinamica, da psicologo, mi colpii profondamente. Essa confermava il nostro sentirci Waffen SS. Un gruppo che adempiva perfettamente all’obbedienza tramite imitazione.

20150725_195412[1]20150725_195401[1]20150725_195352[1]20150725_195420[1]         20150725_195346[1] 20150725_182943[1] 20150725_192607[1]

Passo un’oretta circa e il prigioniero mi chiese di andare in bagno. Avrei dovuto accompagnarlo fino al cesso e controllarlo, ma non me la sentii.  Sapevo di non poter disobbedire al comando di Jensen e così escogitai un alibi. Mi allontani senza farmi vedere dai superiori.  Arrivai nel cortile d’ingresso e simulai la riparazione della mitragliatrice. Chiesi ad Adolf Blucher di accompagnare il prigioniero in bagno, delegando a lui ogni responsabilità. Lui era l’unico soldato a cui potevo dare degli ordini. Passarono circa 5-10 minuti. Andai in bagno e non vidi nessuno. Nè il progioniero nè Blucher.  Ero terrorizzato, convinto che Gamberini fosse scappato. Richiamai Adolf con tono aggressivo:

Adolf mi rispose con fare gentile ed educato:

“Il prigioniero è in cucina Scharfurher Von Steinmetz.”

Passò proprio in quel momento Jensen, il quale mi chiese spiegazioni.

“Il prigioniero. Dove si trova?”

Non risposi. Ero imbarazzato.

Andai in cucina. Presi Gamberini che era zoppicante  e lo spintonai violentemente sulla panchina. Poi torsi il viso verso Blucher. La collera prese il sopravvento.

“Che ti avevo detto Blucher! Se ti do un ordine devi rispettarlo!

Adolf era avvilito. Nonostante ciò, continuai a infierire umiliandolo. Il mio sentimento era di completo disprezzo.

“Testa di cazzo! dovevi rimanere in bagno con lui!”

“Ma io…”

“E se questo questo comporta di tenergli l’uccello mentre piscia, tu lo fai! Hai capito? ”

Nel cortile erano presenti tutti. Calò un silenzio agghiacciante. Anche il comandante Von Hoffman rimase interdetto. Quell’uscita così aggressiva era completamente fuori luogo. Quando me ne accorsi mi sentii terribilmente in colpa. Volevo scusarmi con Adolf ma a quel punto non potevo più. Il mio rapporto con Blucher fino a quel momento era stato di completa amicizia, rispetto e fiducia. Provavo nei suoi confronti un sentimento paterno. Continuai a pensare a quella scena. Giuseppe Passalacqua persona discreta, gioviale e bonaria non era più presente.

Perché violentare ancora Gamebrini?

Perché insultare Blucher fino all’umiliazione pubblica?

Ero caduto nell’effetto Lucifero e riuscii a capirlo solo a fine gioco.

L’effetto Lucifero è un meccanismo psicologico spiegato  dal professor Philip Zimbardo dell’Università di Standford. Secondo il Prof. Zimbardo: “l’essere umano non è intrinsecamente malvagio, ma lo è potenzialmente, nel senso che tutti possono rendersi colpevoli di comportamenti moralmente riprovevoli quale conseguenza del modo in cui percepiscono un determinato contesto nel quale sono inseriti”.

lucifero

Secondo Zimbardo gli elementi chiave che definiscono i nostri ruoli sociali  (ed in particolare quelli di potere) sono le nozioni di “situazione” e di “sistema”. La “situazione” designa i fattori contestuali esterni all’individuo generati da un “sistema”.  Quest’ultimo può consistere in qualsiasi forma di organizzazione (può per esempio concretizzarsirsi in un apparato istituzionale, un gruppo dirigenziale, una setta animata da fanatismi di diverso genere, un qualsiasi ordinamento gerarchico basato sulla forza o imposto da forze ideali e spirituali come nel caso della SS 16 Panzergrenaider.).

Una “situazione” (per esempio una prigione, un’azienda, una classe, una guerra) può considerarsi un’istanza del “sistema”. La “situazione” esercita delle forze sugli individui che ne fanno parte e che Zimbardo chiama forze situazionali. Queste si contrappongono alle forze disposizionali che sono determinate dalle attitudini e dalle predisposizioni proprie di ogni individuo. Se le prime sono più pressanti delle seconde la persona cessa di agire secondo regole proprie adeguandosi ai principi dettati dalla situazione. Non si riesce a definire la situazione (fosse anche di simulazione e di gioco) perdendo ogni autonomia comportamentale. Questo adeguamento si riscontra soprattutto in contesti nuovi, nei quali gli individui si sentono indifesi e per i quali non dispongono di un repertorio di comportamenti collaudati. Era la mia situazione e delle Waffen SS.

La prima evidenza sperimentale che Zimbardo riporta a supporto della propria tesi è l’esperimento carcerario di Stanford, da egli stesso condotto nel 1971. Questo video vi aiuterà a capire meglio di cosa sto parlando.

Temiamo il male ma ne siamo affascinati. Definiamo il male citando i tiranni malvagi della nostra epoca, quali Hitler, Stalin, PoI Pot, Idi Amin, Saddam Hussein e altri leader politici che hanno orchestrato assassini di massa. Creiamo miti di cospirazioni maligne e finiamo per crederci tanto da mobilitarci contro di loro. Respingiamo l”Altro” come diverso e pericoloso in quanto sconosciuto, eppure ci eccita vedere eccessi sessuali e violazioni dei codici morali compiuti da estranei. Una commistione di orrore e piacere che traiamo dal considerare questa Alterità. Ma questa non è che una proiezione delle nostre più profonde fantasie individuali e sostenere che esiste una dicotomia Bene-Male assolve “le persone buone” dalle loro responsabilità. E’ più complesso di come sembra.

Cosa ho imparato da questo gioco?

Che il male è qualcosa di cui tutti siamo capaci a seconda delle circostanze. La maggior parte di noi conosce se stesso soltanto in base alle proprie limitate esperienze in situazioni abituali che implicano regole, leggi, linee di condotta e pressioni cogenti. Andiamo a scuola, in vacanza, alle feste; paghiamo i conti e le tasse, un giorno dopo l’altro, un anno dopo l’altro. Ma che cosa accade quando siamo esposti a contesti totalmente nuovi e insoliti, dove le nostre abitudini si rivelano insufficienti?

Che cosa può accadere in un LARP come i Ribelli della montagna?

Un ambiente immersivo che implica l’acquisizione di qualità attraverso l’esperienza o la pratica intensiva, può modificare anche i comportamenti più profondi.

Si, cattivi si può diventare.

Advertisements

One thought on “L’EFFETTO LUCIFERO. Essere nazisti per tre giorni

  1. Reblogged this on Casa LaLaiza and commented:
    Ecco le riflessioni di un collega che ha partecipato a “I ribelli della montagna – l’ultima notte di Montelupo” interpretando un personaggio nazista. La memoria passa da diversi canali e spesso, quando si assume il punto di vista del carnefice, l’attitudine totalitarista e il coinvolgimento in prima persona in una semi realtà dalle emozioni tangibili, svela meccanismi in precedenza sconosciuti. Fra un po’ torno con le vicende familiari… purtroppo ancora faccio fatica a staccare la spina da quella che è stata l’esperienza di interpretazione più intensa della mia vita.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s